Sabato 29 novembre, alle ore 20,30, presso la Parrocchia S. Nicolò all'Arcivescovado (ME),
si è tenuta la Veglia di Avvento sul tema "Briciole che diventano pane per tutti".
La Veglia, promossa dalla Consulta delle Aggregazioni laicali e dall'Ufficio liturgico diocesano,
è stata presieduta dall'Arcivescovo Mons. Calogero La Piana. Nel corso della Veglia sono
state offerte tre testimonianze, delle quali riportiamo il testo .
LA RASSEGNA FOTOGRAFICA DELLA VEGLIA E’ PUBBLICATA
SUL SITO WEB DELLA DIOCESI ALL’INDIRIZZO :
http://diocesimessina.wix.com/veglia_avvento_2014_29-11-2014

TESTIMONIANZA DELL'ASSOCIAZIONE "TERRA DI GESU'"

Terra di Gesù ha un motto, una sola regola: testimoniare Cristo nella carità. Luce, sale del mondo sempre con i deboli, gli ultimi, i reietti glorificando il Padre . La perfetta letizia che deve accompagnare il nostro cammino.
L'ospedale congolese di Kpangi con i posti letto, i macchinari è una realtà; lo Studio Medico Help Center ha eseguito oltre 5000 prestazioni sanitarie e distribuito migliaia di farmaci per i senza fissa dimora,i poveri della città, in regime di totale gratuità.
Opere realizzate da Terra di Gesù grazie al cuore di tanti fedeli (15000).
Il cuore cattolico della nostra Diocesi,la generosità che vince la crisi, la paura del domani. Opere che vengono dal Padre e che a Lui appartengono. Siamo tutti chiamati alla carità vera, operosa, solare. Ma siamo su quel sentiero?
Spesso le funzioni religiose, i momenti di preghiera sono l'inizio e la fine del nostro cristianesimo. Conclusi ritorniamo alla vita, alla bagarre di tutti i giorni, turbati, incapaci di uno slancio verso l'altro. Anzi spesso tacciamo di opera di protagonismo o peggio, di disonestà chi lavora. Ma che fede è questa che si rifiuta di abbracciare il Cristo sia esso un barbone, un anziano, un bambino del terzo mondo? Ero nudo … Il giudizio verrà dalle opere.
Sarà la carità che non conosce fine ci renderà creduti come figli del Padre. La carità è obbligo, necessità, non è mai sazia, non si acquieta, mai doma, contagiosa come un virus imbattibile. Si, perché noi cristiani nella carità non possiamo perdere, abbiamo già vinto.
Ma spesso siamo pigri, svogliati, chiusi in noi, tristi. Tristi, perché manca in noi la gioia del servizio.
Medici delle Aggregazioni laicali chiedono di far parte dello Studio Medico della Stazione. Noi li accoglieremo con calore , ma si preparino: la puzza, gli stracci...
Chiediamo spazi per curare i poveri. La nostra Diocesi è piena di locali abbandonati, in disuso. Diventino opera, gioia, vita, Cristo.
C'e un quadro, dipinto da un artista di strada, nell'aspetto dello Studio Medico Help Center: rappresenta un medico che visita un bambino africano. Sotto una frase che ho fortemente voluto: il nostro cuore batte nel cuore degli altri.
Che il nostro cuore batta nel cuore degli altri.
In Cristo Nostra Speranza
Francesco Certo

TESTIMONIANZA DELLA "COMUNITA' DI SANT'EGIDIO


Sono Raffaella, faccio parte della Comunità di Sant'Egidio e negli anni ho imparato e imparo, alla scuola della Parola di Dio, la bellezza dell'incontro con il povero io donna paurosa e ricca.
Nel Vangelo di Luca, Gesù dice alle persone che gli stavano intorno di invitare a un pranzo o a una cena non i ricchi vicini o chi ha qualcosa da dare in contraccambio, ma i poveri, gli storpi, gli zoppi, i ciechi, proprio perché non hanno da ricambiare. Questa parola del Vangelo mi sembra come la descrizione più vera e più bella del pranzo di Natale che da più di trent'anni la Comunità di Sant'Egidio prepara per i poveri, i soli e i fragili delle nostre città. E' una parola che ci ricorda la necessità che le nostre chiese e tanti altri luoghi siano aperti e ben preparati per un'accoglienza grande e gioiosa a tante persone, per fare festa al Signore che viene, tutti insieme, in un'unica grande tavola di famiglia.
Si una famiglia, infatti la Comunità di Sant'Egidio, mi ha insegnato che i poveri coloro che vengono serviti tutto l'anno, sono considerati come amici e parenti. Il servizio di Sant'Egidio ai poveri, infatti, è vissuto prima di tutto come amicizia, anzi con uno spirito familiare. Il povero è uno in più della mia famiglia.
Il Natale è il giorno in cui la solitudine di tanti si fa più amara, mentre la povertà pesa maggiormente guardando gli altri che sembrano vivere un momento di festa e di gioia. Dal senso di famiglia, vissuto con i poveri, dalla conoscenza personale dei loro dolori, è nata questa grande "festa di famiglia", che è il pranzo di Natale della Comunità nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma. E' oggi questo pranzo festivo non è solo li, ma in tante "sale belle", in tante chiese, nei paesi in cui vive la Comunità, attraverso il mondo. E': "una tavola larga come il mondo", la tavola dove il Sacramento del povero e il sacramento dell'altare dell'Eucarestia stanno profondamente insieme.
Il giorno di Natale siamo gli uni accanto agli altri, un'unica famiglia e la cosa bella del pranzo è che ci si confonde insieme tanto che non si capisce chi serve e chi viene servito, e in quel giorno tanti si uniscono a noi vengono ad aiutare e a passare un natale straordinario, insieme comprendiamo ancora di più le parole evangeliche che: "c'è più gioia nel dare che nel ricevere" e in questo tempo di crisi, partecipando al pranzo, tutti capiamo maggiormente come dalla crisi si esce solo se la si combatte assieme.
La Chiesa dove viene fatto il Pranzo di Natale diventa una casa bella per tanti che non hanno una casa, ma anche per tanti che la casa ce l'hanno, la chiesa è la capanna di Betlemme, una bellissima capanna dove la famiglia umana la famiglia del Signore trova il suo posto e se è vero che nella città non c'è un posto per i poveri noi dimostriamo che a Messina i poveri hanno un posto.

LA TESTIMONIANZA DI JJ, "TANTO FILIPPINO, QUANTO ITALIANO"

Sono JJ, sono nato a Messina da genitori filippini e con la maggiore età ho acquisito la cittadinanza italiana. Mi sento tanto filippino quanto italiano. Oggi è questo il mio Paese e Messina la mia città. Ho studiato con i vostri ragazzi e frequento la facoltà di Ingegneria della vostra Università.
Faccio parte della Comunità Cattolica Filippina, una comunità che si è sempre sentita a pieno titolo parte di questa Diocesi e fortemente amata dal suo Vescovo e Pastore. E questa attenzione l'abbiamo percepita ancora più forte in questi giorni, con l'arrivo di un cappellano etnico tutto per noi. P. Ferico Duque, religioso rogazionista, da qualche settimana è la nostra guida, mandato dal Vescovo per curare il nostro cammino di fede, nel rispetto delle tradizioni e in vista di un pieno inserimento nella Chiesa locale. Approfitto, per rivolgere a lei Eccellenza, a nome di tutta la comunità, un grazie che parte dal profondo del nostro cuore.
Oggi le migrazioni più che mai interpellano la società civile e la Chiesa, sta a noi leggere quanto accade con gli occhi della fede, per scoprire che c'è un "piano di Dio", un disegno d'amore per la sua Chiesa e per ciascuno di noi. I tanti "migranti forzati" che dalla sponda sud del Mediterraneo arrivano sulle nostre coste chiedono accoglienza e noi non possiamo rimanere indifferenti. Mentre capita spesso, come ci ricorda Papa Francesco, di rimanere anche noi vittime di quella "cultura del benessere" che ci porta a pensare a noi stessi e ci rende insensibili alle grida degli altri. E purtroppo, molto spesso, i movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. Per questo, negli orientamenti pastorali del prossimo biennio, il nostro Vescovo ci invita a mettere la persona e la sua umanità al centro del nostro agire pastorale, per favorire il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione, ad un atteggiamento che abbia alla base la "cultura dell'incontro", l'unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno.
La sindrome da invasione e la particolare crisi economica che sta vivendo l'Italia mettono in discussione anche la presenza di chi come noi vive qui da tanto tempo. Noi che veniamo considerati "migranti economici" siamo visti come dei potenziali concorrenti. Sento dire da più parti che bisogna usare la valutazione del "prima NOI italiani e poi LORO stranieri", mentre penso che questo tipo di discriminazione non può essere tollerata e che questo Paese ha bisogno del contributo di tutti per venire fuori dal periodo di recessione. Intanto, nelle nostre case, iniziamo a sentire il clima di un tempo particolare, che aiuta a fare memoria di quell'evento che ha cambiato la storia dell'umanità. Per i miei si rinnova la tristezza di un altro Natale lontano dai propri familiari rimasti nelle Filippine. Lontano dai luoghi della loro infanzia, dove il "barrios" segnava il confine tra le luci del benessere della capitale e le strade fangose di una periferia carica di umanità. A volte leggo nei loro occhi quanto gli manca quel luogo, dove nel poco si condivideva tutto e il Figlio di Dio che nasceva in una stalla lo si sentiva ancora più prossimo nella condivisione di una vita fatta di stenti.
Capite che nessuno di noi, migrante forzato o economico, è qui per libera scelta e si porta dentro una sofferenza che è difficile da ricomporre. Il mondo delle Aggregazioni laicali può fare tanto per decostruire pregiudizi e luoghi comuni, per tenere alta l'attenzione nei confronti delle migrazioni e dell'alterità, per costruire una pacifica convivenza. Ognuno, nello specifico della propria Aggregazione e nel contesto dove opera, si faccia promotore del nostro desiderio di integrazione e delle istanze di giustizia per avere le pari opportunità. Ce lo raccomanda anche il nostro Vescovo quando, in un altro passo degli orientamenti pastorali, ci dice che il nostro compito primario "è quello di aiutare gli uomini e le donne di oggi ad essere più e meglio ciò che sono, innescando un processo educativo orientato al mistero della persona umana, alla relazione interpersonale ed all'incontro con gli altri, alla diversità come ricchezza e risorsa".
Auguro a tutti voi, in preparazione al prossimo Santo Natale, di vedere nei nostri volti il volto di Cristo forestiero e di amare ogni migrante che incontrate sulla vostra strada, così che con la vostra testimonianza nessuno di noi si senta più ospite ma fratello in mezzo a voi.
Noi non chiediamo carità, ma quello che ci spetta per giustizia.

"Briciole che diventano pane per tutti"